La società dell’iper-giudizio

12/01/2026

Stiamo entrando nella società dell'iper-giudizio, accentuata dai social media online, ma che si ripercuote anche sulla vita reale, offline? Perché giudichiamo sempre gli altri, e quindi anche noi stessi? Giudichiamo gli altri in maniera diversa da noi stessi?

L'iper-giudizio online e offline

La tendenza a giudicare gli altri (e, forse, di riflesso, noi stessi) è esaltata, "triggerata" dai social media. Ogni singolo fatto di microcronaca, ogni microtendenza del giorno, ogni foto o contenuto condiviso viene scannerizzato e giudicato; si cerca costantemente il più minuzioso errore, non solo nei profili pubblici sui social media, ma anche nelle chat private di gruppo. Si crea pertanto un ambiente di perenne confronto sociale e costante competizione. Questo confronto sociale permanente, generato dalla costante sorveglianza digitale reciproca (ovvero ciò che noi utenti ci facciamo a vicenda grazie ai social media), può causare insicurezza, ansia da prestazione online e, paradossalmente, spingere al conformismo: ovvero si postano contenuti online (e, di riflesso, ci si comporta nella vita offline) come ci si aspetta che si faccia, di nuovo perché siamo costantemente sorvegliati e giudicati a vicenda.

Questa forzatura al conformismo è spiegata molto bene da Byung-Chul Han, per esempio nei libri Nello sciame. Visioni del digitale e La società della trasparenza. Mentre siamo spinti ad essere più autentici, a seguire la nostra strada e a distinguerci dalla massa, ci conformiamo a comportamenti attesi, a pattern di comportamento, a modelli standard di come dovremmo apparire autentici. Un'autenticità fasulla, in pratica, dato che autenticità e conformismo sono all'opposto. L'autenticità diventa una performance pubblica da ostentare – e questo è un atto di conformismo – più che un valore da seguire per gestire la propria condotta.

Con le ovvie differenze culturali, questa tendenza all'iper-giudizio si può ripercuote anche nel mondo offline, nella vita reale, quando, per esempio, giudichiamo quasi ogni minima azione degli altri, critichiamo ogni persona o azione che chiaramente non rientra nei nostri canoni di comportamento e nelle nostre aspettative. Oltre all'effetto amplificatore dei social media, anche altri fattori socioculturali potrebbero portare a una maggiore tendenza all'iper-giudizio, come per esempio il crescente individualismo, specie nelle società occidentali contemporanee. Un maggiore accento sull'individualità può portare a giudicare gli altri solo e sempre attraverso la lente delle proprie preferenze personali. Ovvero, giudichiamo le scelte di vita e i valori altrui come sbagliati semplicemente perché diversi dai nostri. Non comprendiamo che visioni del mondo alternative alle nostre sono possibili ed ugualmente valide (oltreché spesso assolutamente auspicabili).

Giustizialismo e garantismo: come giudico me vs. come giudico gli altri

In questo ambito di iper-giudizio, spesso assistiamo al tipico comportamento di giustizialismo per gli altri e garantismo per me. Generalmente, il giustizialismo è una tendenza che privilegia una severa applicazione della legge e una rapida punizione per chi è accusato di un crimine, mentre il garantismo è una tendenza che enfatizza la protezione dei diritti individuali, specialmente per chi è accusato di un crimine.

Nel nostro contesto, spesso, quando parliamo di noi stessi, assumiamo un atteggiamento garantista, ovvero troviamo sempre buoni motivi per giustificare le nostre azioni, anche quando sono moralmente, eticamente o legalmente al limite. Quando invece guardiamo e giudichiamo gli altri, assumiamo un atteggiamento giustizialista, ovvero gli altri si dovrebbero comportare in maniera eticamente impeccabile, esemplare, senza scuse. Dagli altri ci aspettiamo standard severissimi, mentre per noi stessi c'è sempre una giustificazione. Questa sorta di doppia morale potrebbe riflettere, ancora, un'insicurezza di base, un bisogno di proteggere la nostra autostima e l'immagine che abbiamo di noi stessi, oppure anche un modo per evitare di prenderci le responsabilità per le nostre azioni individuali.

Riguardo le responsabilità individuali, questo atteggiamento giustizialismo per gli altri e garantismo per me stesso potrebbe somigliare al fatto che spesso, per i nostri successi (qualunque cosa la parola successo voglia dire, e questo è certamente diverso da persona a persona), ci prendiamo volentieri tutto il merito individuale e la responsabilità; mentre per nostri fallimenti (qualunque cosa la parola fallimento voglia dire) è sempre colpa degli altri, del sistema, del collettivo. Ma le cause sistemiche (il contesto in cui agiamo) sono molto rilevanti anche quando raggiungiamo successi individuali.

Un'altra contraddizione si verifica quando siamo super severi nei giudizi con gli altri, mentre, quando gli altri ci fanno notare un nostro errore o comportamento problematico, rispondiamo in maniera esagerata, ci chiudiamo, siamo ipersensibili a ogni minima critica che non può essere tollerata e proviamo risentimento verso l'altra persona. È una sorta di permalosità egocentrica e narcisista. Invece di chiuderci in noi stessi, potremmo vedere la critica (naturalmente se fatta con educazione e ragionevolezza) come un'opportunità per crescere e per avere un dialogo onesto con qualcuno.

Cause esterne (sistemiche) ed interne dell'iper-giudizio

Il sistema, la società moderna e, più in particolare, le piattaforme di social media ci spingono a dover commentare tutto; ci costringono quasi a dover esprimere un'opinione su tutto, anche se quest'opinione è spesso estremamente superficiale, veloce, polarizzata e dogmatica. Questo fa parte dell'economia dell'attenzione: più estremi e polarizzati sono i contenuti o i commenti, più generano e ricevono attenzione, engagement, indignazione, ricompensa, viralità. Non solo siamo spinti ad avere un'opinione netta e senza ripensamenti, ma siamo anche spinti a far sapere la nostra opinione attraverso i canali digitali, anche se su un certo argomento non abbiamo alcuna esperienza diretta, praticamente nessun contesto e conoscenze molto limitate. Si giudica quasi tutto in maniera rapida e superficiale, ma senza poi fare nulla; nulla a parte scrollare voracemente da un feed all'altro. Come sottolinea Taleb specialmente nei suoi libri Rischiare grosso. L'importanza di metterci la faccia nella vita di tutti i giorni e Antifragile. Prosperare nel disordine, è un giudicare senza fare, senza conoscere a fondo, senza metterci la faccia e, soprattutto, senza mai pagare le conseguenze delle proprie azioni/parole.

Ancora una volta, il contesto dove agiamo (il sistema) ci spinge all'iper-giudizio: il sovraccarico informativo, ovvero essere continuamente esposti a una quantità senza precedenti di informazioni su persone/fatti, facilita la formulazione di giudizi superficiali e veloci. La velocità e la superficialità sono caratteristiche interconnesse tra loro, e anche intrinseche del mezzo di comunicazione stesso (internet-social media). Come posso andare a fondo e formulare un giudizio più pacato, razionale, complesso e sfaccettato, se ho a disposizione solo brevi bites di informazione su quella persona o argomento e se devo passare velocemente al prossimo contenuto/feed?

Anche cause interne ad ognuno di noi possono spingere all'iper-giudizio. È possibile che questo iper-giudizio non sia altro che una forma di egocentrismo, dovuta a una generale ed endemica insicurezza; giudichiamo e critichiamo solo per dimostrare agli altri e, soprattutto, a noi stessi, che siamo migliori. Ovvero: quante volte discutiamo dell'ultimo fatto di microcronaca, di cui in realtà non ci importa nulla e sul quale abbiamo poca o nessuna conoscenza, solo per dimostrare di avere ragione, solo per "sconfiggere" l'altro con le nostre opinioni? In queste discussioni, è come se usassimo gli altri solo per i nostri bisogni narcisistici e di rivalsa. Usiamo il giudizio anche come forma di ostentazione: per esempio per ostentare un certo status sociale raggiunto, la nostra superiorità morale, i possedimenti materiali, le promozioni sul lavoro, il partner o i figli, le nostre opinioni su un certo argomento, ecc. In sostanza, io uso te (oppure un generico gruppo di persone o utenti, un voi) solo per elevare me stesso, per alimentare il mio ego.

Oppure, questo iper-giudizio potrebbe essere solo una richiesta di aiuto e di amore, una risposta alla solitudine, all'isolamento digitale, al bisogno di connessione autentica e al vuoto esistenziale (come sostiene Byung Chul Han nel libro Perché oggi non è possibile una rivoluzione). Ovvero, mi sento solo, ho bisogno di attenzione e di validazione esterna, per esempio in termini di like, condivisioni, commenti, ecc., e quindi sono spinto a commentare/giudicare tutto.

Un eccessivo giudizio può anche avere effetti negativi sulle nostre relazioni: magari vogliamo confidarci con una persona, condividere esperienze della nostra vita e invece questa persona ci giudica, ci accusa. Cercavamo una connessione autentica, invece ci sentiamo giudicati, osservati.

La tendenza al giudizio è probabilmente sempre esistita: nel passato si manifestava magari più spesso in forma di pettegolezzo, conversazione e confronto privato (o in piccoli gruppi) tra persone che vivevano in comunità piccole. La maggiore differenza con la società moderna è che questo giudizio è oggi probabilmente più visibile, immediato, documentabile e rintracciabile (tramite, per esempio, cronologia di una conversazione online). Inoltre, nel mondo online, la possibilità di giudizio anonimo (senza metterci la faccia, come si diceva sopra anche a riguardo del giudicare senza fare) può aver rimosso l'inibizione.

Questa tendenza all'iper-giudizio può essere reversibile? Non lo sappiamo; forse potremmo intanto aumentare la consapevolezza sui meccanismi quasi automatici (ed è qui la chiave, il difficile) che ci spingono al giudizio costante; sia meccanismi esterni, come per esempio le piattaforme di social media, che ci spingono a condividere, commentare e criticare tutto per massimizzare profitto e coinvolgimento, sia meccanismi interni, ovvero siamo noi stessi che sentiamo il bisogno di giudicare tutto per non sentirci soli, per ricevere attenzione e amore, per alleviare l'insicurezza, per sentirci migliori, per alimentare il nostro ego o per non dover sentire il vuoto.

Riuscire a sospendere o almeno a rallentare questo riflesso automatico al giudizio sarebbe già un traguardo straordinario.


Fonti e ispirazioni

Libri

Byung-Chul Han (2014). La società della trasparenza. Nottetempo.

Byung-Chul Han (2022). Perché oggi non è possibile una rivoluzione. Nottetempo.

Byung-Chul Han (2023). Nello sciame. Visioni del digitale. Nottetempo.

Nassim Nicholas Taleb (2018). Rischiare grosso. L'importanza di metterci la faccia nella vita di tutti i giorni. Il Saggiatore.

Nassim Nicholas Taleb (2013). Antifragile. Prosperare nel disordine. Il Saggiatore.